Quello che mi aspettavo e quello che ho trovato in Oman

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Non sono il tipo che prenota un tour di gruppo. Ho sempre preferito organizzarmi per conto mio, anche quando questo significava perdere ore su Google Maps a cercare come spostarsi tra posti mai visti e che non sapevo come raggiungere.

Con l’Oman però non ho voluto assumermi il rischio, è uno dei paesi dove il fai-da-te può essere complicato, soprattutto se vuoi uscire dai circuiti più tradizionali. Ho scelto di fare un tour in fuoristrada con Originaltour partendo con un piccolo gruppo di amici, otto in totale. Siamo partiti di sera, arrivati in hotel siamo andati direttamente a dormire per prepararci in vista della giornata seguente.

Muscat è stata subito una bella sorpresa. Me l’aspettavo più caotica, più rumorosa. È invece molto ordinata, silenziosa in certi momenti della giornata, ha un lungomare ben tenuto e persone di buon cuore come gli omaniti. La Grande Moschea del Sultano Qaboos vale la visita anche solo per le proporzioni: marmo bianco, cortili enormi, un tappeto di preghiera tessuto a mano che occupa quasi tutto il salone principale. Ci sono rimasto più a lungo del previsto, seduto in un angolo del cortile a guardare la luce del mattino sulle cupole, mentre il resto del gruppo aveva già riacceso i telefoni per scattare qualche foto.

Nel pomeriggio il Museo Bait al Zubair mi ha aiutato a mettere a fuoco qualcosa che avrei poi verificato per tutta la settimana e di cui ero completamente ignaro: l’Oman ha una storia di rotte commerciali marittime verso l’Africa orientale e l’India, un impero che nel Settecento si estendeva fino a Zanzibar, una cultura che ha assorbito influenze da ogni direzione senza perdere una propria identità precisa.

Dentro le montagne, immersi nel deserto

Il terzo giorno è quello che ha cambiato la mia prospettiva sul viaggio. Abbiamo lasciato l’asfalto della costa per entrare nelle montagne Hajar attraverso il Wadi Bani Awf: il fuoristrada ha iniziato a percorrere piste sterrate, il paesaggio a questo punto si è fatto di colpo verticale e le rocce hanno assunto colori che vanno dall’ocra al rosso scuro. Lungo il percorso abbiamo attraversato villaggi che sembrano nati direttamente dalla pietra, con sistemi di irrigazione tradizionali ancora funzionanti e le palme da dattero aggrappate ai fondivalle.

Snake Gorge, il canyon serpeggiante, è una di quelle cose che non riesci mai a fotografare come vorresti, nessuna foto gli rende veramente giustizia. Ci scendi a piedi, entri nella fenditura nella roccia e il mondo di sopra sparisce. Le pareti si stringono fino a pochi metri, la luce arriva filtrata e il silenzio gli dà un tono che grida la solennità di quel posto.

Ci ho messo un po’ a ripartire, ma sapevo che nel pomeriggio saremmo andati a Nizwa, per vedere il suo forte e il suq in cui si lavora ancora il rame a mano. Mi sono lasciato incantare, ho comprato dei datteri quasi per dovere, salvo poi mangiarne troppi, strada facendo.

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Il deserto di Wahiba Sands era in programma per il quarto giorno. Sembra uno di quei posti di cui si parla così tanto che rischi di rovinartelo per le aspettative troppo esagerate. Al contrario. Il “dune bashing” nel pomeriggio è indubbiamente intenso, il fuoristrada scala e discende pendenze che a occhio sembrerebbero impossibili, tra risate e qualche grido involontario, a un certo punto la guida spegne il motore su una cresta alta e aspetta. Il sole scende, il cielo cambia ancora una volta colore e le dune assumono sfumature che vanno dall’arancione al viola. Nessuno parla. Non c’è bisogno che qualcuno lo faccia.

La notte nel campo, tra ville private in mezzo alle dune, in un cinque stelle che riesce nell’impresa di sembrare sobrio, è la cosa che ricordo di più di tutto il viaggio. Ho dormito tre ore e sono rimasto sveglio il resto del tempo volontariamente, il che per me è già un risultato.

La costa, le tartarughe, i wadi

Il quinto giorno ha portato con sé una sorpresa: il deserto di Woodland, un paesaggio in cui dune di sabbia bianca vengono attraversate da una foresta verde scuro. Il contrasto è talmente netto da sembrare una fotografia. Da qui siamo discesi verso la costa e Al Ashkara, dove c’è un villaggio di pescatori, solo barche colorate tirate in secca, reti stese e bambini che corrono sullo stesso tratto di spiaggia.

La sera a Ras Al Jinz, la spiaggia delle tartarughe marine, ho vissuto uno dei momenti più toccanti della mia vita. Dopo cena, in gran silenzio, siamo andati alla spiaggia con torce a luce rossa per non disturbare. Una tartaruga stava deponendo le uova. Siamo rimasti fermi e distanti, senza parlare, per un quantitativo di tempo che non saprei nemmeno definire.

Negli ultimi giorni ho fissato nella memoria alcuni paesaggi come quello di Wadi Tiwi con i suoi corsi d’acqua smeraldo tra palme e villaggi, di Wadi Arbeen, in fuoristrada lungo un percorso che richiede di superare pareti rocciose, guadi improvvisi e aperture su vallate che arrivano senza preavviso. I miei amici, tra risate e silenzi, hanno percepito questo ultimo tratto come il più bello e io sono d’accordo con loro.

Per chiudere in bellezza, durante l’ultimo giorno in Oman, abbiamo vissuto una crociera di sei ore lungo la costa da Muscat a Bandar Al Khayran tra archi rocciosi scolpiti dall’acqua, calette e snorkeling in fondali trasparenti. Un modo gentile per rientrare nel mondo reale.

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